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Nel 69° anniversario della morte di Arturo Toscanini: La bacchetta che non si piegò

Di Redazione Comites Grecia

16 gennaio 2026

Sessantanove anni fa, il 16 gennaio 1957, si spegneva a New York Arturo Toscanini, il maestro parmigiano che ha incarnato non solo l’eccellenza musicale del suo tempo, ma anche il coraggio morale di fronte alla tirannia. Nella sua villa di Riverdale, nel Bronx, a seguito di una trombosi cerebrale, si concludeva la vita di colui che ancora oggi è considerato uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi.

Le origini di un genio

Nato a Parma il 25 marzo 1867 da una famiglia di patrioti – suo padre Claudio era un sarto garibaldino che aveva conosciuto la guerra e il carcere – Arturo dimostrò fin dalla tenera età un talento straordinario per la musica. La maestra Vernoni fu la prima ad accorgersi delle sue capacità eccezionali: il bambino memorizzava le poesie dopo una sola lettura e riproduceva al pianoforte melodie ascoltate una sola volta.

A soli nove anni, Toscanini vinse una borsa di studio per la Regia Scuola di Musica di Parma, dove studiò violoncello, armonia e composizione, diplomandosi con lode nel 1885. La sua carriera ebbe inizio in modo leggendario: durante una tournée in Brasile nel 1886, a soli diciannove anni, fu chiamato a sostituire all’improvviso il direttore d’orchestra Leopold Miguéz. Diresse l’Aida di Verdi a memoria, senza partitura, ed fu un trionfo immediato. Era l’inizio di una carriera senza precedenti.

Il binomio con la Scala e l’eccellenza artistica

Dal 1898 iniziò il suo sodalizio con il Teatro alla Scala di Milano, un legame che sarebbe durato oltre mezzo secolo. Toscanini rivoluzionò la concezione del teatro lirico italiano: introdusse nel 1907 la fossa orchestrale, implementò un sistema di illuminazione scenica all’avanguardia e impose regole rigorose per garantire la concentrazione del pubblico, abbassando le luci in sala durante le rappresentazioni. Per lui, il teatro lirico doveva essere un tempio della musica, non un luogo di mero intrattenimento mondano.

Il suo perfezionismo era leggendario. Dirigeva senza spartiti, affidandosi alla sua memoria eidetic prodigiosa, e pretendeva dall’orchestra una precisione assoluta. La sua intensità interpretativa, la cura maniacale dei dettagli orchestrali e la sua capacità di far emergere la purezza della partitura lo resero l’interprete prediletto di Beethoven, Verdi, Wagner e Brahms.

Il coraggio dell’antifascismo

Ma ciò che rende Toscanini una figura veramente straordinaria non è solo la sua genialità artistica, bensì il suo coraggio morale. Inizialmente, nel clima post-bellico del 1919, Toscanini si era persino candidato nella lista dei Fasci di Combattimento insieme a Mussolini, condividendo ideali socialisti e patriottici. Tuttavia, quando comprese la vera natura autoritaria e violenta del movimento fascista, ruppe definitivamente ogni legame, diventando uno dei più fermi oppositori del regime.

Nel 1924 minacciò di non dirigere la prima della Turandot di Puccini se Mussolini fosse stato presente in sala. Ma l’episodio più emblematico della sua resistenza avvenne la sera del 14 maggio 1931 al Teatro Comunale di Bologna.

Toscanini doveva dirigere un concerto commemorativo in onore di Giuseppe Martucci. Alla presenza di alti gerarchi fascisti come il ministro Galeazzo Ciano e Leandro Arpinati, gli fu imposto di eseguire l’inno fascista “Giovinezza” e l’inno reale. Il maestro si rifiutò categoricamente. Non accettava compromessi: per lui, la musica non poteva essere piegata alla propaganda politica.

Quando arrivò in automobile all’ingresso laterale del teatro, fu circondato da un gruppo di camicie nere. Secondo alcune testimonianze, tra gli squadristi vi era anche il giovane Leo Longanesi. Toscanini fu aggredito, schiaffeggiato e minacciato. Il concerto non ebbe mai luogo. Rifugiatosi all’Hotel Brun, il maestro dettò un telegramma di protesta a Mussolini, denunciando l’aggressione subita da parte di quella che definì “una masnada inqualificabile”.

La risposta di Mussolini non arrivò mai. Anzi, quando un funzionario governativo locale informò telefonicamente il duce dell’accaduto, questi avrebbe risposto con cinica soddisfazione: “Sono davvero contento. Servirà come buona lezione a questi musicisti villani.”

Due giorni dopo, Toscanini lasciò l’Italia per gli Stati Uniti, dando inizio a un esilio antifascista che sarebbe durato fino alla fine della guerra. Durante quegli anni rifiutò anche gli inviti di Hitler a dirigere a Bayreuth e al Festival di Salisburgo, e nel 1938, in risposta alle leggi razziali italiane, le definì in una conversazione telefonica intercettata “roba da Medioevo”, scatenando ulteriormente l’ira del regime.

L’esilio e il ritorno trionfale

Stabilito definitivamente negli Stati Uniti, nel 1937 la RCA creò appositamente per lui la NBC Symphony Orchestra. Attraverso le trasmissioni radiofoniche e, successivamente, televisive, le sue interpretazioni raggiunsero milioni di ascoltatori in tutto il mondo, rendendo Toscanini un nome familiare anche al di fuori degli ambienti musicali colti.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Toscanini mise la sua arte al servizio della causa antifascista, dirigendo concerti di beneficenza per le vittime della guerra e offrendo sostegno economico e morale a rifugiati ebrei e oppositori politici. Nel 1943 pubblicò su Life Magazine una lettera aperta al popolo americano in cui denunciava Mussolini come “un uomo vizioso e malvagio” e il re Vittorio Emanuele III e Badoglio come “uomini spregevoli” che avevano tradito l’Italia.

Il momento più emozionante della sua carriera arrivò l’11 maggio 1946, quando Toscanini tornò in Italia per dirigere il concerto inaugurale della Scala ricostruita dopo i bombardamenti. Fu il “concerto della liberazione”, un momento di profonda risonanza simbolica per un Paese che cercava di risollevarsi dalle macerie morali e materiali della dittatura e della guerra.

Arturo Toscanini dirige la Nona Sinfonia di Beethoven con la NBC Symphony Orchestra (3 aprile 1948). Questa esecuzione storica, trasmessa in diretta radiofonica e televisiva, rappresenta uno dei momenti più alti dell’arte di Toscanini. Per il Maestro, Beethoven era il compositore della libertà e della fratellanza universale – valori per cui aveva combattuto tutta la vita. L’inno alla gioia del finale, “Alle Menschen werden Brüder” (Tutti gli uomini diventeranno fratelli), incarnava perfettamente la sua visione di un mondo libero dalla tirannia che aveva appena sconfitto con la caduta del fascismo e del nazismo.

 

Nel 1949, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi lo nominò senatore a vita per meriti artistici. Con la medesima coerenza che aveva caratterizzato tutta la sua vita, Toscanini declinò l’onore, scrivendo a Einaudi: rifiutava di far parte di istituzioni politiche, volendo rimanere fedele unicamente alla sua arte.

L’eredità immortale

Toscanini si ritirò dalle scene all’età di 87 anni, dirigendo il suo ultimo concerto dedicato a Richard Wagner. Morì il 16 gennaio 1957, nel giorno del cinquantasettesimo compleanno di sua figlia Wally, figura della Resistenza italiana durante la guerra. Il maestro non venne mai informato della morte del suo protetto Guido Cantelli, avvenuta 54 giorni prima, per non procurargli ulteriore dolore negli ultimi giorni di vita.

La sua salma fu riportata in Italia e tumulata nel Cimitero Monumentale di Milano, nella cappella di famiglia che lui stesso aveva fatto erigere in memoria del figlio Giorgio, morto di difterite a soli cinque anni. Durante i suoi solenni funerali, il soprano Leyla Gencer cantò un brano del Requiem di Verdi, e un’immensa folla milanese gli rese omaggio.

Il suo epitaffio riprende le parole che pronunciò alla fine della prima esecuzione della Turandot incompiuta di Puccini nel 1926: “Qui finisce l’opera, perché a questo punto il maestro è morto.”

Conclusione

Oggi, nel 69° anniversario della sua scomparsa, ricordiamo Arturo Toscanini non solo come il geniale interprete che ha elevato l’arte della direzione d’orchestra a vette mai raggiunte prima, ma anche come l’uomo che ha dimostrato che l’arte e l’integrità morale non sono separabili. In un’epoca in cui il conformismo e la paura dominavano, Toscanini scelse la strada più difficile: quella della dignità e della coerenza.

Il suo rifiuto di piegarsi al fascismo non fu un gesto isolato, ma l’espressione coerente di una vita dedicata alla ricerca della perfezione e della verità. Come disse lui stesso in una delle sue massime più celebri: “Suonare ‘pressappoco’ è orribile. Tanto vale suonare male!”

La sua bacchetta, lasciata in eredità alla soprano Herva Nelli, e la sua memoria continuano a essere fonte di ispirazione per tutti coloro che credono che l’arte abbia il dovere di resistere alla barbarie e che l’eccellenza non possa mai coesistere con il compromesso morale.

In memoria di Arturo Toscanini (1867-1957)

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