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Giambattista de Curtis: Il poeta delle melodie immortali

Nel centenario della scomparsa di un maestro della canzone napoletana

Di Redazione Comites Grecia

NAPOLI, 15 Gennaio 2026 – Cent’anni fa, il 15 gennaio 1926, si spegneva a Napoli Giambattista de Curtis, artista poliedrico che ha regalato al mondo alcune delle più belle pagine della canzone napoletana. La sua morte fu segnata da un episodio toccante: pochi giorni dopo, il postino recapitò una lettera dall’Argentina. Era del fratello Ernesto: “Caro Giambattista, ti accludo la musica per la canzone che mi spedisti lo scorso mese. Spero che ti piaccia”. Ma Giambattista non poté mai leggerla.

Un Artista Completo

Nato a Napoli il 20 luglio 1860 in una famiglia di artisti – suo padre Giuseppe era pittore-decoratore ed Elisabetta Minnon, sua madre, era nipote del celebre compositore Saverio Mercadante – Giambattista de Curtis fu un vero uomo del Rinascimento napoletano. Pittore di tale talento da essere definito “il Salvator Rosa contemporaneo”, scultore, illustratore e poeta, trascorse l’infanzia nella bottega d’arte del padre, sviluppando quella sensibilità estetica che avrebbe caratterizzato tutta la sua opera.

Come pittore, era particolarmente amato dalla borghesia napoletana per la sua abilità nell’affrescare soffitti di saloni e salotti con dipinti allegorici, molto in voga all’epoca. Ma fu la canzone a renderlo immortale.

L’Incontro con la Canzone Napoletana

Il suo avvicinamento alla canzone avvenne quasi per caso. Abitando in via Rosaroll, accanto alla casa del musicista Vincenzo Valente, Giambattista cominciò a frequentare le riunioni serali degli esponenti della musica napoletana. “Si ammalò del loro stesso morbo”, come si diceva allora, al punto che un giorno mostrò a Valente alcuni versi dal titolo buffo “Che buò fà?” (‘A pacchianella). Il maestro, per incoraggiare il giovane, li musicò. Era il 1889, e nasceva così un nuovo poeta della canzone napoletana.

Sorrento: L’Amore di una Vita

Dal 1891 al 1910, Giambattista trascorse sei mesi all’anno a Sorrento, ospite dell’Imperial Hotel Tramontano, di proprietà del commendator Guglielmo Tramontano, sindaco della cittadina. Lì affrescò saloni, dipinse tele, compose poesie e si innamorò perdutamente della città delle Sirene.

Nel 1892, nel parco dell’hotel, incontrò Carmela Maione, una sedicenne figlia di contadini che portava un cesto d’uva. “Cosa fai di solito?” le chiese il poeta. “Dormo!”, rispose la ragazza. E da quella risposta nacque “Duorme Carmè”, una delle sue canzoni più celebri, con quel verso indimenticabile: “Duorme Carmè, che ‘o cchiù bello d’ ‘a vita è ‘o ddurmì”.

“Torna a Surriento”: Un Capolavoro Immortale

Ma la canzone che avrebbe portato il nome di Sorrento in ogni angolo del mondo fu “Torna a Surriento”, composta nel 1894 su musica del fratello Ernesto. Contrariamente alla leggenda popolare, non fu scritta in poche ore per la visita del Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli nel 1902, ma fu semplicemente riadattata per quell’occasione.

La canzone originale era un messaggio d’amore dedicato a una bella ragazza forestiera, un inno alla bellezza di Sorrento e ai suoi tramonti sul mare. Quando Zanardelli visitò la città, il sindaco Tramontano chiese ai fratelli de Curtis di eseguirla durante il banchetto. La cantante Maria Cappiello la interpretò per la prima volta in pubblico, e Zanardelli rimase talmente incantato che chiese di riascoltarla.

Da quel giorno, “Torna a Surriento” ha fatto il giro del mondo. Enrico Caruso la cantò a Dorothy quando le dichiarò il suo amore. Beniamino Gigli la teneva costantemente nel suo repertorio, con Ernesto de Curtis al pianoforte durante le tournée internazionali. Luciano Pavarotti, Placido Domingo, José Carreras, Andrea Bocelli, persino Elvis Presley con la sua versione “Surrender” e Frank Sinatra con “Come Back to Sorrento” l’hanno interpretata. Quando il Presidente Sandro Pertini visitò la Cina, “Torna a Surriento” fu suonata come inno nazionale italiano.

Il Sodalizio Fraterno

La collaborazione con il fratello Ernesto, di quindici anni più giovane e compositore di straordinario talento diplomato al Conservatorio di San Pietro a Majella, fu la più proficua della sua carriera. Un esempio raro di affetto e fratellanza artistica: mai Giambattista nutrì gelosia per il fratello, anzi vissero l’uno per l’altro.

Quando Ernesto si trasferì in America nel 1922 con il grande tenore Beniamino Gigli, i due continuarono a collaborare per corrispondenza. Giambattista inviava i testi delle canzoni e Ernesto rispondeva con le musiche. Un carteggio musicale che continuò fino agli ultimi giorni.

Gli Ultimi Anni

Nel 1910, a cinquant’anni e dopo quasi vent’anni di fidanzamento, Giambattista sposò Carolina Scognamiglio. Si trasferì al Vomero nel 1916, in via Luca Giordano, accanto a Villa Floridiana. La sua casa divenne ritrovo di artisti e musicisti, mentre lui continuava a dipingere, scrivere e comporre.

Con Vincenzo Valente scrisse canzoni come “Ninuccia” e “Tiempe felice”, con Eduardo Di Capua la splendida “‘E giesummine ‘e Spagna”. Nel 1908 il suo atto unico “Pentita” fu rappresentato al teatro San Ferdinando. Ma per lui la canzone rimase sempre, prima di tutto, un passatempo, un modo per dedicare versi a questa o a quella ragazza, per celebrare la bellezza e l’amore.

Un’Eredità Immortale

Colto da paralisi progressiva, Giambattista de Curtis morì il 15 gennaio 1926 a sessantacinque anni. Con lui se ne andava uno degli ultimi grandi poeti della canzone napoletana classica, colui che insieme al fratello Ernesto aveva elevato la canzone popolare a vera e propria forma d’arte.

La loro sensibilità artistica e culturale portò alla diffusione nel mondo di una canzone napoletana raffinata e classicheggiante, senza mai privarla del suo sapore popolare. La poesia di Giambattista e la melodia di Ernesto crearono capolavori che il mondo, da cento anni, non dimentica e non può dimenticare.

Oggi, nel centenario della sua scomparsa, il suo messaggio continua a risuonare ovunque si canti “Torna a Surriento”: un inno alla bellezza, all’amore e a quella terra delle Sirene che tanto amò. E quando ascoltiamo quelle note immortali, possiamo immaginare Giambattista con il suo pennello in mano, affacciato sul golfo di Sorrento, mentre il sole tramonta sul mare e lui trova le parole per descrivere ciò che nessun dipinto potrà mai catturare completamente.

“Ma nun me lassà, nun darme ‘stu turmiento! Torna a Surriento, famme campà!”


Nel ricordo di Giambattista de Curtis (1860-1926), artista napoletano che ha regalato al mondo la bellezza eterna della canzone classica napoletana.

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